La mia Comunità Ideale
Tratto da: Centro Studi l' Arco e la Clava
Per chi aderisce a una visione globale radicalmente differente da quella corrente dominata dall’individualismo liberale e dal capital-consumismo, la vita è davvero una militanza continua per restare fedeli ai propri ideali. Soprattutto nei Paesi più sviluppati, il benessere ha intorpidito le masse, rendendo sempre più difficile un’azione politica di contrasto a questo Sistema. Il singolo rimane spesso lasciato a se stesso, a lottare per sopravvivere e per realizzare le proprie potenzialità, mentre la situazione generale tende a diventare sempre più fosca. In questo contesto, l’idea di fondare una famiglia e allevare dei figli costituisce una sfida ancora più grande, non solamente per motivi economici, ma soprattutto per la difficoltà inerente a crescere la propria prole in modo sano e secondo valori tradizionali, laddove invece il mondo esterno spinge nella direzione opposta. La risposta a queste problematiche sta nella comunità, non solo perché – pragmaticamente parlando – “l’unione fa la forza”, ma anche perché una vita comunitaria è l’opposto della vita moderna, disgregata e atomizzata.
Tradizione
L’obiettivo è vivere conducendo una resistenza passiva alle forze sovvertitrici e, al contempo, realizzando se stessi. Il soggetto protagonista di questa lotta è non più dunque l’individuo alienato, ma una piccola comunità organica formata da persone differenziate, le quali possano sostenersi a vicenda. La differenza essenziale tra questa comunità “tradizionale” e i numerosi esempi di comunità intenzionali presenti (dai kibbutz israeliani alle comuni anarchiche alle comunità spirituali New Age agli ecovillaggi) sta ovviamente nei principi fondamentali che la animano. In primo luogo, la sua stessa istituzione nasce da un rifiuto per i falsi valori del Sistema consumista e materialista in favore di una concezione spirituale e trascendente del mondo; in secondo luogo, la sua natura etica, per cui ogni membro è tenuto a una responsabilità di sé, innanzitutto di fronte a se stesso, e doveri ed oneri precedono diritti e privilegi; in terzo luogo, la sua struttura organica, per cui ciascun membro è parte integrante della comunità, e come tale esistono responsabilità e doveri comuni e reciproci.
Per favorire una massima coesione, etica e rituale, l’ideale sarebbe se vi fosse un’identità unitaria e comune, anche sotto il profilo etnoculturale e religioso-confessionale. Al fine di fondare veramente una comunità e non un semplice gruppo di persone, sono necessarie, non meno delle abitazioni: una sala comune in cui tenere feste e banchetti, così come riunioni e consigli; un luogo di culto dove la comunità si riunisca per celebrare i suoi riti. Meno fondamentali, ma comunque importanti per favorire l’integrazione sociale e comunitaria dei membri, sono poi gli spazi dedicati al tempo libero, come una palestra o una biblioteca, e le risorse che concorrono al sostentamento economico della comunità per mezzo del lavoro comune dei suoi membri.
Socializzazione
Rispetto ad altre proposte analoghe (cfr. F. Freda, La disintegrazione del sistema, 4. ed., 2000), ci sono due divergenze fondamentali. Innanzitutto, considerata la situazione generale odierna e al fine di evitare i rischi di settarizzazione e di abusi di potere, occorre preferire a un’organizzazione gerarchica, un’organizzazione democratica, presieduta da un reggente e da un consiglio eletti, e improntata a una ricerca del consenso anziché a una dittatura della maggioranza. Chiaramente, in un contesto limitato per dimensioni (40-200 persone) e unito da comuni principi, vengono eliminati molti dei mali fisiologici alla democrazia moderna. Poi, diversamente da molti tipi di comunità, è opportuno ribadire e conservare il principio della proprietà privata, per quanto riguarda le abitazioni e i beni personali, ai fini di evitare ogni livellamento collettivistico ed egualitario. Si deve quindi avere una divisione tra gli spazi privati, abitativi o lavorativi, e gli spazi pubblici, ovvero tanto i luoghi centrali alla comunità, quanto quelli dedicati al tempo libero e quelli deputati al sostentamento economico.
Infine, occorre precisare alcuni punti: non si deve creare una comunità “elitaria” che risulti poi formata da intellettuali sprovvisti di capacità manuali, ma integrare in essa anche e soprattutto lavoratori manuali che condividano i principi sopraelencati; né d’altra parte si deve mantenere una rigida chiusura tra la comunità e il mondo esterno, anzi ciascun membro, sicuro del sostegno comune, potrà liberamente praticare la sua professione o condurre i suoi studi, a beneficio suo, ma anche di tutta la comunità, che in quanto organica cresce insieme ai propri membri. Ogni membro ha quindi attività personali, ma deve contribuire alla comunità in base ai bisogni di essa e alle sue possibilità, sia con denaro sia con prestazioni lavorative, (cfr. le Banche del Tempo). Altre attività economiche possono essere condotte dalla comunità nel suo insieme, come la gestione degli spazi comuni, l’acquisto di beni di consumo (cfr. i Gruppi d’Acquisto Solidali), la coltivazione della terra.
Ecologia
Il terzo elemento cardine della “comunità tradizionale” è l’ecologia, dietro a cui non stanno solo motivi di un generico ambientalismo, quanto ragioni ben più serie. La comunità sia pure per niente isolata dal mondo esterno, deve mirare ad essere il più possibile autosufficiente, sia per ridurre le proprie spese, sia per essere in grado di sopravvivere anche in caso di crisi o collasso del Sistema, e per fare ciò deve basarsi su fonti d’energia il più possibile rinnovabili. Può essere opportuno, inoltre, a fini di difesa, realizzare una cinta più o meno fortificata (cfr. le gated communities americane o boere), che delimiti lo spazio interiore. Un altro punto essenziale è quello delle comunicazioni, che prevede la presenza di reti informatiche avanzate che mettano in collegamento tutte le macchine, rendendo lo scambio d’informazioni e la gestione delle periferiche altamente veloci. In questo ambito è richiesta dunque un’elevata tecnologia, la quale si armonizza perfettamente con l’orientamento tradizionale, diversamente da comunità luddiste o primitiviste.
Nello specifico: l’acqua può essere ottenuta da pozzi, sorgenti e mediante la raccolta dell’acqua piovana; le acque grigie e i rifiuti organici riciclati; gli edifici costruiti e gestiti in modo da ridurre al massimo gli sprechi e le dispersioni di energia elettrica e calore; l’energia prodotta autonomamente con turbine a vento, pannelli solari, pannelli fotovoltaici e pile a combustibile microbiologiche; il cibo prodotto con l’agricoltura o l’allevamento biologici intensivi (cfr. anche la permacultura); oggetti o riparazioni realizzate in casa. Tutto ciò che deve essere acquistato all’esterno è bene sia acquistato secondo criteri ecologici (acquisto locale e stagionale), e tutto ciò che non può essere smaltito va differenziato e riciclato. In questo modo, sostenibilità ecologica ed autarchia si coniugano, riverberandosi su un piano più elevato come rispetto per la Creazione e frugalità.
Conclusione
In sintesi, la creazione di una simile comunità, articolata sui tre suddetti elementi, risponde ad un bisogno ben preciso: quello di sopravvivere nel mondo moderno e al mondo moderno (intendendo questa locuzione in senso guénoniano). Senza rifiutare la Tecnica, ma anzi sfruttandola al massimo, secondo i dettami dell’archeofuturismo (ma cfr. anche Jünger), si ottengono i mezzi materiali per ricreare una parvenza d’ordine tradizionale. Questa comunità, nata dall’unione di uomini e donne che non si riconoscono nel Sistema corrente, è non solamente un rifugio dove conservare e difendere il proprio sé e i propri principi, e una fiaccola di testimonianza dei valori tradizionali, ma altresì un punto di forza e di aiuto reciproco, per consentire ad uomini differenziati di cavalcare la tigre della Modernità e realizzre se stessi anche in un contesto ostile.